Un'opera al mese - Settembre 2011

IL MONUMENTO A FRANCESCO BURLAMACCHI,

"PRIMO MARTIRE DELL'UNITA' D'ITALIA"

 

A Lucca, al centro della Piazza di San Michele in Foro, su un alto piedistallo quadrangolare, è collocata la statua di una figura maschile in abito da magistrato del Cinquecento: l'ampio lucco lascia scoperta la gamba sinistra che avanza; la mano sinistra poggia su una spada metallica, l'altra è accostata al petto, mentre la testa, leggermente chinata, mostra il volto di un uomo colto in un momento di riflessione. L'iscrizione posta sul lato anteriore del basamento recita: "Francesco Burlamacchi, patrizio e mercante lucchese, che il generoso pensiero di vendicare in libero stato e ordinare a reggimento comune Toscana, Umbria, Romagna, principiò a costruire la nazione, glorificò col martirio il XIV di febbraio MDXLVIII. La Toscana libera decretava al XIII di settembre MDCCCLIX primo dell'italiano Risorgimento". Una seconda iscrizione è visibile sul lato posteriore; queste le parole incise: "Ulisse Cambi fiorentino, sul modello prescelto in pubblico concorso, scolpiva. Il Municipio di Lucca a onorare la memoria del cittadino magnanimo, qui collocava. MDCCCLXIII".
Il riferimento al concorso risale al 23 settembre 1859, quando Bettino Ricasoli, ministro degli Interni del Governo provvisorio della Toscana, lo indì per la realizzazione di opere d'arte di ispirazione patriottica: è in questa occasione che Giovanni Fattori presentò i disegni per il noto quadro Campo italiano dopo la Battaglia di Magenta, ottenendo il plauso della giuria per la sezione di pittura. Tra i bozzetti eseguiti dagli scultori, chiamati a progettare un monumento per onorare eroi antichi e contemporanei, venne segnalato quello presentato dall'artista fiorentino Ulisse Cambi per un'opera in marmo dedicato a Francesco Burlamacchi, personaggio politico lucchese vissuto nel XVI secolo, definito "il primo martire dell'Unità d'Italia".
Francesco, nato nel 1498, nello stesso anno anno in cui a Firenze venne messo al rogo Girolamo Savonarola, era figlio di Michele, uno degli esponenti più in vista della ricca borghesia lucchese, il cui fratello, Filippo, già seguace del frate ferrarese, dopo aver assunto il nuovo nome di fra' Pacifico, contribuì alla formazione del nipote. Grazie ai suoi insegnamenti, nacque nel giovane una simpatia verso alcune figure di riformatori del passato, come Trasibulo, uno dei protagonisti della nascita della democrazia ateniese avversa al potere oligarchico. Contrariamente ai desideri del padre, che lo voleva destinato alla mercatura, attività che tuttavia svolse per alcuni anni all'estero dopo aver sposato Caterina Trenta, Francesco si indirizzò verso la carriera politica, ottenendo molti incarichi cittadini, come il Gonfalonariato, nel 1533 e nel 1546. Per la piccola Repubblica è questo un periodo segnato da ostacoli nella politica interna e anche in quella estera, per i tentativi di destituire l'apparato statale e per la continua minaccia rappresentata dalla potenza militare fiorentina. Contro il governo lucchese, ritenuto depositario di una "falsa libertà", nel 1543, Pietro Fatinelli progettò un colpo di stato pensando di essere appoggiato dal popolo; scoperta la cospirazione, salì invece sul patibolo. Questo episodio non distolse il Burlamacchi da un progetto rivoluzionario che meditava da tempo: la sua azione non era rivolta verso le istituzioni lucchesi, che considerava ancora depositarie dei valori di libertà, ma contro lo strapotere dispotico di Cosimo I de' Medici, ritenuto una vera minaccia per i piccoli stati repubblicani di Lucca e di Siena. Nacque in lui l'idea di creare una federazione di città toscane che avrebbero dovuto formare un vasto stato nazionale nel centro Italia. Il suo piano, sostenuto dalla Repubblica senese e dagli Strozzi, esiliati dai Medici e protetti dal re di Francia, prevedeva l'istituzione di un corpo di milizie per liberare Pisa e poi Firenze. Tradito da un confidente, Francesco venne arrestato il 26 agosto 1546. Dopo un lungo periodo di frenetica attività diplomatica tra Lucca, Firenze e l'imperatore, i governanti lucchesi lo consegnarono a Ferrante Gonzaga, commissario imperiale di Carlo V; condotto a Milano, fu decapitato il 14 febbraio 1548. Forse l'epilogo sarebbe stato diverso, se non fosse avvenuto a Genova il tentativo di rovesciare il governo filospagnolo di Andrea Doria. Il capo della congiura, Giulio Cybo Malaspina, venne anche lui trasferito a Milano e condannato a morte: l'imperatore, per non adottare il detto "due pesi e due misure", decretò il patibolo anche per Francesco.
L'episodio è ricordato anche da Giosue Carducci nella poesia Alla croce dei Savoia: "E fu primo Burlamacco/Dato a morte e pur non vinto/Contro il fato e Carlo Quinto/Il futuro ad attestar."
Come è stato più volte notato, la morte del Burlamacchi dimostrò l'incapacità della diplomazia lucchese a opporsi alle decisioni dei governi di Stati più potenti. Alla città non restò altro che riprendersi il cadavere che venne tumulato nella tomba della madre, all'esterno della Chiesa di San Romano dove, un'epigrafe parla di "quel sogno generoso" di libertà contro la tirannide medicea. Sullo stesso tono anche altre epigrafi a lui dedicate eseguite in tempi diversi: ancora visibile è quella posta sulla facciata del palazzo di famiglia in via S. Paolino; non più esistenti sono quelle che erano inserite sul prospetto principale del Palazzo Pretorio e nelle vie limitrofe, i cui testi sono riportati nell'opuscolo edito per l'inaugurazione del monumento.
Dopo aver provveduto alla realizzazione dei gradini su cui doveva essere collocato il basamento (presso l'Archivio Storico Comunale è conservato il disegno: ASC, Mappe e disegni, n° ord. 500, 1863, n°3030), nell'estate del 1863, si giunse a stabilire la data della cerimonia. La scelta del giorno - il 14 settembre -, che nel calendario liturgico locale è dedicato al Volto Santo, non fu certo casuale: il "primo martire" ante litteram dell'Unità d'Italia riceveva il suo giusto tributo di "santità" politica nel giorno più caro ai Lucchesi. Per questo motivo, c'era chi pensava che l'inaugurazione avrebbe corso il rischio di essere ostacolata e il monumento oltraggiato dai clericali e dai conservatori; ma le preannunciate contestazioni non ebbero luogo. Pietro Pacini tenne il discorso di rito mentre gli intervenuti potevano leggere le vicende biografiche del Burlamacchi scritte da Carlo Minutoli e raccolte in un opuscolo a stampa distribuito per l'occasione; alla banda militare toccò eseguire brani musicali, in sostituzione di "un'accademia vocale e strumentale" che era stata proposta dal compositore Angelo Baccelli, poi cancellata dal programma perché ritenuta troppo dispendiosa (la cifra era di 600 lire italiane) e perché "non avrebbe aumentato la solennità di quel giorno."
La statua rientra nella tipologia delle opere monumentali secondo i canoni della scultura celebrativa accademica: dopo aver realizzato negli anni Quaranta il busto di Arnolfo di Cambio per il Duomo e la statua del Cellini per la Loggia degli Uffizi, a cui fece seguito la messa in opera di alcuni monumenti funebri, lo scultore Ulisse Cambi, presentò all'Esposizione italiana del 1861 il Piccolo pescatore, l'Amor mendicante (che ebbe più di trenta repliche) e Eva e i suoi figli, opere accomunate dalla stessa ricerca di naturalezza e di grazia, presenti anche nelle sculture presenti all'Esposizione parigina del 1867. Tuttavia, già nei primi anni Sessanta, l'artista sembra aver scelto definitivamente l'adesione agli schemi accademici in opposizione alla corrente dei colleghi realisti: sono gli anni dei progetti per i monumenti a Wellington per Londra e a Cavour per Firenze e dei monumenti realizzati in onore a Francesco Burlamacchi a Lucca, a Carlo Goldoni Goldoni a Firenze e a Eleonora d'Arborea a Oristano.
Per la composizione la statua ricorda quella di Nicolò Machiavelli che Lorenzo Bartolini eseguì nel 1845 per il Loggiato degli Uffizi. Anche il volto di Francesco sembra affine a quello del noto personaggio politico fiorentino del Rinascimento, per i capelli corti e per l'assenza della barba, contrariamente a quanto invece appare in un quadro del XVI secolo, conservato nel palazzo di famiglia a Lucca, dove il Burlamacchi è ritratto con capelli e con barba folta e scura.
Ulisse Cambi, pochi giorni dopo l'inaugurazione, ricevette il conferimento della cittadinanza lucchese; nel ringraziare il Gonfaloniere, lo scultore si sentì onorato di "appartenere al Paese che fu patria - oltre a tanti ingegni - al sommo fra tutti, a quel Francesco Burlamacchi."


Claudio Casini


Bibliografia

Cenni sulla vita di Francesco Burlamacchi, primo martire della libertà italiana pubblicati nell'occasione che s'innalzava in Lucca la sua statua, Lucca 1863; Nella solenne inaugurazione della statua di Francesco Burlamacchi eretta in Lucca sulla piazza di San Michele. Parole dette dal professore Pietro Pacini il dì 14 di settembre 1863, Lucca 1863; F. D. Guerrazzi, Vita di Francesco Burlamacchi, in "Vite degli Uomini illustri d'Italia in politica ed in armi dal 1450 fino al 1850", Milano 1867; G. Cavanna, Francesco Burlamacchi. Discorso storico, Firenze 1911; Francesco Burlamacchi, primo martire dell'Unità d'Italiana. Un grande lucchese da non dimenticare, da "Il Giornale del Mattino", 5 luglio 1959; C. Minutoli, Annotazioni storiche e bibliografiche, a cura di Antonio Romiti, Lucca 1976; A. Mancini, Storia di Lucca, Lucca 1891, pp. 243-248; M. Luzzati, Francesco Burlamacchi fra "libertà lucchese" e "tirannide medicea", in "Actum Lucae", anno 17, n.1/2 (settembre-ottobre 1988), pp. 7-18.