Un'opera al mese - Giugno 2011

 

IL MONUMENTO PER TITO STROCCHI,

"SOLDATO GARIBALDINO E ANIMA MAZZINIANA"


StrocchiSulla parete orientale del loggiato interno del Palazzo Pretorio di Lucca, è murato un monumento che celebra le azioni e le idee di un giovane lucchese, morto nel 1879, poco più che trentenne: il suo nome è Tito Strocchi. Laureato in giurisprudenza, avvocato, giornalista, scrittore e massone, nel 1866, prese parte come volontario alla spedizione in Trentino e, poi, alla Terza Guerra d'Indipendenza, combattendo, nel 1867, al fianco di Garibaldi a Monterotondo e a Mentana, dove venne catturato e rinchiuso nelle prigioni pontificie di Castel S. Angelo a Roma e di Civitavecchia. L'episodio che l'ha visto a Lucca protagonista di una cospirazione risale ai primi di giugno del 1870. Mosso da un forte spirito di libertà, formò la "Banda repubblicana lucchese", composta da un'ottantina di uomini armati, per lo più giovani, con lo scopo di marciare su Firenze, allora capitale del Regno, per rovesciare il governo monarchico che, nel 1869, aveva imposto la tassa sul macinato. L'iniziativa, in realtà non isolata anche in Toscana, era appoggiata dall' "Alleanza Repubblicana Universale", una creazione di Mazzini. L'avventura ebbe vita breve: la spedizione fu presto intercettata e bloccata nei pressi di Benabbio. Grazie all'amnistia concessa dopo l'annessione di Roma al Regno d'Italia, Strocchi poté uscire dal carcere e partire alla volta della Francia, dove, nel 1871, partecipò all'impresa di Digione contro i Prussiani. Rientrato in Italia, si dedica alla sua professione che divide con quella di giornalista e di scrittore. Tra le frequentazioni più autorevoli, c'è quella con Giosue Carducci a Bologna una delle più importanti.
Quando nel 1879 Tito Strocchi muore, Lucca è divisa sulla collocazione della tomba: la Giunta Municipale si oppone a inumare la salma dell'agitatore repubblicano nella terra consacrata del Cimitero urbano. Insorgono così tutte le associazioni laiche e il Prefetto è costretto a intervenire, ordinando un'adeguata sepoltura per giovane seguace delle idee mazziniane; così, al governo cittadino non restò che dimettersi. Ma i dissapori si riaccendono tre anni e mezzo più tardi, quando la "Società dei Reduci delle Patrie Battaglie" finanziò i lavori del monumento funebre, formato da una piccola struttura piramidale con il ritratto dello Strocchi in marmo, opera di Artemisio Mani, accompagnata da un'iscrizione creata dal Carducci.
I tempi non furono migliori quando, nel 1910, il Circolo "Tito Strocchi" e il Fascio Garibaldino, "convinto che fosse un dovere civile fermare nel marmo e nel bronzo il nome degli uomini" della storia, si fecero promotori per la realizzazione di un monumento celebrativo al giovane patriota. La Giunta municipale appoggiò l'iniziativa, ma, quando tre anni più tardi l'opera terminata attendeva di essere inaugurata, si riaccesero nuovi dissapori tra i monarchici conservatori, legati alla Chiesa, e lo schieramento laico, dai sentimenti repubblicani, socialisti e anticlericali, in occasione della collocazione della statua di Bruno Giordano, simbolo della libertà civile. Ad acuire un clima politico rovente, oltre a una difficile campagna elettorale per le elezioni di ottobre, non si erano del tutto spente le polemiche per il passaggio a Lucca della salma di Giovanni Pascoli, morto nel mese di aprile 1912, per la sua appartenenza alla Massoneria. Le due testate giornalistiche locali di opposte visioni politiche - l' "Esare", diretto dal marchese Bottini, e "La Sementa", di ispirazione socialista, diretto da Augusto Mancini, docente di greco all'Università di Pisa - si sfidarono a suon di articoli che riguardarono anche il monumento a Strocchi, la cui inaugurazione, slittata più volte, ebbe luogo il 29 giugno. Fin dal giorno precedente ci fu in città una grande mobilitazione: dalla Liguria, dall'Emilia, dal Lazio e da tutta la Toscana giunsero folte delegazioni delle Camicie Rosse garibaldine che incrementarono il numero dei partecipantanti al corteo che si mosse dal bastione di S. Pietro, per poi dirigersi a fare gli onori ai monumenti di Mazzini e di Garibaldi, prima di scoprire solennemente la memoria a Tito Strocchi nel loggiato del Palazzo Pretorio. Il sindaco, Massimo Del Carlo, elogiò "le gesta di pensiero e d'azione", all'onorevole Giuseppe Macaggi spettò il discorso ufficiale. Ma qualcosa non era andato nel verso giusto: agli occhi dei conservatori e dei clericali non passò inosservata la presenza provocatoria di molti labari massoni accompagnati dalle note della "Marsigliese" e di altri inni patriottici. "Una manifestazione sovversiva, massonica, anticattolica, repubblicana, antilucchese": è così che definì la festa il marchese Bottini. E per quell' "antilucchese", il giornale ironizzò: forse qualcuno aveva sentito gridare "Abbasso il buccellato!"?
Fu certamente una delle cerimonie più imponenti mai svolte a Lucca; poteva essere un'occasione per rinvigorire l'elettorato di sinistra ma le elezioni di ottobre dettero ragione ai conservatori.
Il nome di Tito Strocchi ritornò alla ribalta con l'avvento del Fascismo: il 3 gennaio 1925, nello stesso momento in cui Mussolini si assumeva tutta la responsabilità dell'omicidio Matteotti, avviando una serie di azioni efferate e repressive in tutto il territorio nazionale, le camicie nere lucchesi saccheggiarono la sede della Loggia Massonica "Tito Strocchi" e quella della Fratellanza Artigiana in Corte Sbarra e portarono per le vie cittadine la camicia rossa di Strocchi come un trofeo di guerra, "reliquia" superstite oggi esposta nel Museo del Risorgimento di Palazzo Ducale.
Il monumento è opera di Francesco Petroni, nipote dello scultore Urbano Lucchesi. La sua formazione è avvenuta presso l'Istituto di Belle Arti di Lucca, negli stessi anni in cui era frequentato da Giuseppe Baccelli, Arturo e Guido Cheli, Aurelio Franceschi, Pietro Matteucci e Umberto Sorbi, quasi tutti allievi dello scultore Arnaldo Dazzi. Un altro maestro lucchese seguirà l'attività del giovane Francesco a Firenze: è Augusto Passaglia, docente presso l'Accademia di Belle Arti. Particolarmente apprezzato dalla borghesia locale, per la capacità di rendere il dato naturalistico con stilizzazioni di gusto liberty, Petroni ebbe molti incarichi per lapidi e monumenti per il Camposanto Urbano. Tra il primo e il secondo decennio del Novecento, ottiene anche importanti nomine: nel 1908, è membro della Commissione Conservatrice dei Monumenti e Belle Arti per la provincia di Lucca; nel 1909, diviene docente di plastica presso l'Istituto artistico cittadino; nel 1911, è chiamato a curare il settore lucchese del padiglione della Toscana per la mostra delle Regioni a Roma. Sarà un susseguirsi di commissioni private e pubbliche, fino all'anno della morte, sopraggiunta nel 1960. Ai temi legati alla morte angelicata immortalata sulle lapidi funebri, Petroni affianca quelli patriottici e celebrativi: suoi i monumenti a Garibaldi a Uzzano, a Dante Alighieri a Montefegatesi e a Cordoba in Argentina, a Giacomo Puccini al Teatro del Giglio e ad Alfredo Catalani sul baluardo di S. Paolino. E' lui l'autore della statua di Bruno Giordano contestata dai conservatori lucchesi nel 1911, nello stesso periodo in cui metteva mano al monumento per Tito Strocchi.
La struttura (ca. 2,50 x 2,50) è delimitata da una spessa cornice in aggetto in cemento a finta pietra grigia: il listello inferiore è lavorato con foglie di quercia e due teste leonine; le parate laterali, che recano incise i nomi delle città di "Digione" e di "Mentana", sono affiancate da due fasci littori; il frontone è ornato da un festone di alloro. Il vano centrale è occupato da una lapide marmorea con l'epigrafe, sovrastata dal busto di Tito Strocchi, con il fazzolezzo garibaldino legato al collo, e affiancata da due figure maschili nude in bronzo: quella a destra, frontale, è avvolta da un leggero drappo ed è colta con lo sguardo verso il basso mentre medita; l'altra, girata sul fianco destro, indossa un elmo e impugna una scudo rotondo, decorato con una testa gorgonesca, e una spada con la protome di un'aquila come elsa.
Ispirato ai versi di Carducci incisi sulla tomba ("Nobili cose pensò/Degne scrisse/Combattè valoroso"), ripresi nelle parole pronunciate dal sindaco Massimo Del Carlo nel 1913 (" La sua vita di cospiratore non è che una continua lotta per la libertà; or colla penna sempre battagliere; or colle armi fu ognora un vero garibaldino, le cui gesta di pensiero e di azione, ebbero la massima esplicazione nei campi di Battaglia") e ribaditi nell'epitaffio scritto da Augusto Mancini ("soldato garibaldino, anima mazziniana"), Petroni ha inteso rappresentare nella figura a sinistra lo Scrittore-Pensatore, ispirato alle idee mazziniane; nell'altra, il Soldato in azione sotto la guida di Garibaldi. Le due componenti della breve vita di Tito Strocchi sono sintetizzate nel ritratto del giovane, con i capelli al vento, baffetti e pizzetto che ritroviamo anche nel bassorilievo della tomba. Per le due figure allegoriche, lo scultore si è sicuramente ispirato alle pose di Lorenzo e Giuliano de' Medici, eseguite da Michelangelo per la Sacrestia Nuova a Firenze, che tra il XIX e il XX secolo trovano in Auguste Rodin un traduttore moderno, a cui Petroni sembra aver pensato per esprimere i più vari e complessi sentimenti dell'attività umana del giovane cospiratore Tito Strocchi.


Claudio Casini

 

 


Bibliografia

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